L'arte insegna all'uomo la responsabilita' della creazione.
Quando diventa una preghiera, la divinita' interiore e' risvegliata.

Satvat

martedì 17 giugno 2014

Crisi e guarigione



Satvat - Città/fenice - aquerello su carta
La crisi che stiamo fronteggiando è ben più di un terremoto che investe il piano materialistico dell’economia; infatti basta poco per accorgersi che ci troviamo molto più impoveriti nell’anima e nel saper fluire con la vita che non nelle nostre risorse finanziarie. Le difficoltà dell’economia e del lavoro sono effettivamente il dato visibile di una crisi epocale che investe globalmente l’attuale progetto sociale e culturale, mostrando i suoi errori e chiarendo la necessità di una svolta evolutiva che sia orientata da una salutare riconnessione con l’Anima. La società umana non è più capace di creare il nuovo e di progettare soluzioni intese al benessere comune, poiché individualmente non sappiamo più stare con noi stessi e con gli altri, non ci occupiamo di migliorare la qualità della nostra vita, manchiamo di presenza e di brillantezza e siamo ottusi riguardo ad ogni possibile fermento creativo. 
Per il soffocante grigiore che ci attanaglia diamo la colpa alla carenza di denaro, tuttavia una maggiore circolazione monetaria non metterebbe di certo fine alla tristezza né aprirebbe prospettive innovative. Se fossimo più ricchi avremmo ovviamente meno problemi sul piano materiale e potremmo comperare le cose che siamo indotti a desiderare, ma basterebbe questo per la favorire la svolta necessaria e per farci sentire felici, davvero felici? La pubblicità continua a prometterlo, però è una sfrontata bugia. Vorrei invitarvi ad ascoltare con un po’ di attenzione ciò che dicono gli spot pubblicitari delle automobili, i quali, spinti dalla crisi del mercato impiantato sull’uso dei combustibili fossili ormai agli sgoccioli, giocano il tutto per tutto puntando a sollecitare strumentalmente le reali esigenze dell’anima. Essi parlano di libertà, dell’assaporare intensamente la vita, dell’estasi nel riconnettersi al Tutto, suscitando le giuste domande solo per fornire una scaltra e falsa risposta. Sembra che guidare quella particolare macchina possa donare il senso profondo dell’essere, sebbene sia chiaro questo non può essere conferito da alcun oggetto. Infatti alla guida della vettura più prestigiosa ed accessoriata resta il piccolo uomo stritolato dai suoi schemi e dai suoi conflitti, incapace di darsi una direzione innovativa e di godersi il viaggio. Così il consumismo sulla via del tramonto continua a corrompere strumentalmente le nostre intime aspirazioni, che in realtà possono essere appagate e fluire creativamente solo nei moti spontanei ed empatici della nostra interiorità, quando questa si sia spiritualmente maturata. 
Però la dimensione interiore è una direzione che abbiamo sbarrato lasciandoci attrarre dalla carta moschicida del materialismo, dove restiamo invischiati perdendo le facoltà del volo libero guidato dai sentimenti autentici. Negandoci le opportunità della sperimentazione soggettiva e spontanea insieme alla guida ispirata del “sentire”, veniamo limitati sino a divenire “l’uomo a una dimensione” di cui ha parlato Marcuse, e in tale dimensione appiattita e preconfezionata siamo ridotti ad un’esistenza meccanica e reattiva. L’uomo-macchina che il sistema vuole costringerci ad essere non può riconoscere né vivere alcunché di autentico, e rinunciando a porsi domande diviene sempre più insensibile ed ignorante; non ha coraggio, né dignità, né genio, e dal cemento che ha gettato sul proprio terreno emotivo non può fiorire la gioia. Quando sacrifichiamo ogni cosa vitale per il denaro e per una falsa sicurezza, inevitabilmente ci causiamo povertà e insicurezza senza speranze. La crisi attuale evidenzia tale paradosso, ammonendoci dell’assoluta necessità di superare la impasse in senso evolutivo, cosa che è possibile se resuscitiamo il senso profondo di noi stessi e della vita. Solo con questa prodigiosa reintegrazione di forze e di facoltà sensitive e creative possiamo rinascere a vita nuova; solo così, guarendo i traumi e le miserie, possiamo creare un reale benessere per noi stessi, per gli altri e per l’intero pianeta, risanando il processo distruttivo che abbiamo messo in atto.

giovedì 17 aprile 2014

L'errore di Faust




Mentre accende la candela nera, l’uomo si accorge che la mano gli trema, forse perché il cuore gli batte forte nel petto. Del resto quello che si sta accingendo a fare comporta una sofferta decisione, e certo non è esente da pericoli. Ma la scelta, costi quel che costi, è fatta. Dice a se stesso, per l’ennesima volta, che tanto, peggio di così non può andare. Passa velocemente in rassegna la sua vita allo sfascio, triste e ben noto spettacolo, per rafforzare il suo intento e vincere le ultime resistenze. Vendendo l’anima al diavolo potrà avere, ne è quasi sicuro, una vita nuova e più appagante. Il pensiero della dannazione eterna non lo sconvolge più di tanto; quello che soprattutto desidera è un veloce riscatto dalla frustrazione. Vuole godere di un indomito fulgore, mai conosciuto prima, fosse anche nelle fiamme dell’Inferno.
Non gli sfugge che è anche la sua vendetta contro un Dio ingiusto, che mai ha ascoltato le sue preghiere. L’Avversario invece lo ha cercato, ha cercato proprio lui, facendogli delle promesse di trionfo, finalmente. Una fiamma rabbiosa si accende nel suo cuore e lo riscalda  dall’interno. Quale che sia il prezzo da pagare, ne vale la pena per alzare la testa e addentare il frutto succoso della vita; e che sia peccaminoso, travolgente e estatico, almeno una volta, prima del buio sovrano.

Quanto è passato da quando il vecchio-bambino si è affacciato a chiamarlo, a sedurlo nei suoi sogni? Forse non molto, anche se quella paradossale figura ha assunto in qualche modo l’aspetto familiare di chi si conosce da sempre. Mentre porta avanti il rituale negromantico, l’uomo ripercorre mentalmente lo strano incontro. Quella notte era scivolato nel sonno senza accorgersene, mentre si agitava sul materasso che i suoi malumori rendevano un letto di spine. E lì l’aveva veduto, in modo molto più definito di quanto accade nei sogni ordinari. La morbida freschezza del bambino era mescolata in modo inquietante con il disseccamento della vecchiaia; ne veniva un’ibrida figura che incuteva timore insieme a speranza. La sua voce era come il fischio del vento, mentre gli diceva:

-          Perché soffri inutilmente? Se lo vuoi, hai il tuo tesoro, la tua anima, con cui puoi acquisire una vita infinitamente più ricca. Perché la trattieni invece di donarla, riscattando i doni che ti attendono? -

L’uomo non aveva capito né chi era il personaggio della visione né cosa intendesse. Tuttavia, anche se una volta sveglio aveva quasi dimenticato lo strano sogno, questo aveva cominciato ad imporsi con una forza misteriosa nel quotidiano. Quel viso impossibile di vecchio-bambino emergeva dalla folla nella strada, dalla fila all’ufficio postale, dal riflesso in una vetrina, come a chiamarlo; erano apparizioni fugaci, subito contraddette dalla realtà, ma da allora non lo avevano più abbandonato. Egli aveva pensato ad abbagli della sua mente esausta, possibile anticamera di una spaventevole follia. Aveva tentato inutilmente di distogliersi da quelle visioni, e non cessava di pensarci. Infine, mentre vari prodigi continuavano a verificarsi, quel messaggio aveva assunto un significato inquietante.

All’uomo era venuta in mente la storia del dottor Faust, che aveva venduto l’anima a Mefistofele in cambio di ventiquattro anni di gloria terrena. Non era forse quello ciò a cui lo invitava il vecchio-bambino, chiedendogli di cedere la sua anima per acquistare una vita migliore? Cercò e lesse la leggenda di Faust, trovandola intrigante nonostante il drammatico epilogo della sua dannazione. Per un bel po’ Faust se l’era spassata, togliendosi ogni soddisfazione, appagando ogni vizio, vendicandosi sui nemici e sbeffeggiando i potenti. Il potere magico che Mefistofele gli aveva conferito, lo aveva reso bello, giovane, ricco e invincibile. Aveva spadroneggiato ovunque, disponendo a piacimento dell’harem del Gran Turco come impadronendosi del vasellame d’argento del Papa; con la magia aveva posseduto ogni donna desiderata, e combinato tutti i tiri mancini che la sua immaginazione poteva suggerirgli. Non sono  questi i desideri nascosti di ogni uomo?

Poiché agognava a tutto ciò, l’uomo si era convinto che quel vecchio-bambino era effettivamente un emissario del Maligno. E le sue riflessioni, in modo sempre più ossessivo, ragionavano sul patto demoniaco. Che sarebbe successo se lui avesse accettato? Davvero aveva l’occasione di riscattarsi da quella vita miserabile? E la sua anima, che in nessun modo lui riconosceva, era forse un prezzo troppo salato?
A quel punto, mosso dalla curiosità, aveva letto alcuni libri sul satanismo che avevano rinfocolato il suo orgoglio e il desiderio di vivere con trasgressiva intensità. Sino ad allora aveva in qualche modo cercato di adeguarsi alla volontà, sgradita, di Dio, rendendosi debole e timoroso; e che aveva fatto Dio per lui? L’aveva forse soccorso? Riconosciuto? Soddisfatto? Restava lassù nell’alto dei Cieli, indifferente, mentre l’uomo annegava nel patimento.
Invece il diavolo lo aveva cercato e gli aveva fatto una proposta di possibile riscatto, tanto da apparirgli come un vendicatore che agiva con il fuoco delle passioni, il Signore delle tenebre che, al suo prezzo, poteva conferire un potere sovrumano.


Giunto alla conclusione del rito, l’uomo fa sgorgare il proprio sangue tagliandosi con una lama e pronuncia la terribile frase del patto… Aveva fantasticato su quello che sarebbe successo, ma in apparenza non accade nulla, si sente solo terribilmente confuso e spossato. Però ormai è fatta, la sua anima non gli appartiene più ma  in cambio ha molto da riscuotere; tiene con caparbietà questa speranza per ignorare la propria istintiva disillusione. Dice a se stesso che, anche senza effetti speciali nell’immediato, la sua vita è ormai destinata a cambiare e, colto da una sonnolenza irrefrenabile, va a dormire.

E’ buio. Il vecchio-bambino lo osserva da una distanza siderale alta nel blu di un cielo pieno di stelle. L’uomo non riesce a vederlo, ma intuisce il suo sguardo severo che penetra infiniti anni-luce. Tutt’intorno brulica la sensazione di un vasto oceano che respira espandendo e contraendo onde invisibili e possenti. Questo origina una sinfonia caotica, sussultando come una risata sarcastica che attacca le rocce frastagliate e scure dove l’uomo poggia i piedi. All’improvviso è terremoto e l’uomo deve fuggire, inseguito dall’eco della risata  che frantuma la pietra. Ruzzola lungo un pendio ovattato e soffocante, dove corrono spettri filiformi e fluorescenti. Infine riesce a rialzarsi, ma si trova negli stretti corridoi di un labirinto che, minacciando di schiacciarlo, lo costringono a correre nella vana ricerca dell’uscita. Terrorizzato, egli invoca il diavolo, il suo nuovo protettore, pur temendo che il luogo in cui si trova sia l’Inferno, come risultato del suo agire sconsiderato.
A cavallo di uno sbuffante grifone di cristallo, la cui luminescenza disgrega le pareti pietrose del labirinto, appare il vecchio-bambino mostrando la pergamena del patto demoniaco siglata con il sangue. La sua risata è un’ala grandiosa che turbina il vento torrido del deserto, mentre le sue labbra schioccano parole con l’effetto drammatico di vetri infranti:

-          Qui, nel tetro labirinto che tu stesso hai creato, hai affisso questo proclama della tua enorme stupidità. Ti avevo chiamato al risveglio dell’anima, ma tu hai tradotto le mie parole con la tua logica corrotta, che ti ha portato a venderti al diavolo. Diavolo che, seppure esistesse, non potrebbe certo riscuotere il suo debito. Infatti si può cedere solo ciò che si possiede, e difficilmente potresti affermare che l’anima sia una tua dote.
In verità, posso dirti che non hai quasi più un’anima, poiché molto tempo fa, inconsapevolmente, hai già siglato un simile contratto. E’ accaduto quando hai indossato la maschera di ferro dell’ego per non riconoscerti, quando hai preferito l’avere all’essere, quando hai chiuso il tuo cuore all’amore e allo stupore, quando hai preso ad afferrare con l’artiglio del desiderio, quando hai preteso di sapere rinunciando all’innocenza, quando hai fatto della bellezza una merce, dell’immaginazione un sogno impotente e dell’azione un mezzo. Ti sei compromesso per vivere in superficie, mendicando una sciocca soddisfazione, e così facendo hai rinunciato alla dimensione della profondità che è il regno dell’Anima, dove hai dimenticato i tuoi genuini tesori. Hai trattenuto la tua anima nell’ignoranza, impedendole l’espansione che è il suo diritto universale.

Cos’è, pensi che l’anima sia una tua nebulosa appendice di cui puoi arbitrariamente disporre, che puoi mercanteggiare nel mondo dell’illusione? Solo se si dona l’anima alla  Vita si realizzano i doni dell’Anima, che alla Vita appartengono. Infatti  l’Anima è il fiore d’oro che si apre in tutto ciò che sboccia nell’Universo; ma in te ne hai permesso solo la radice dormiente, quel poco che ti mantiene in vita.
Quando ti ho richiamato alla speranza di rigenerare il tuo giardino disseccato, hai piuttosto cercato di svellere la radice stessa dell’essere, dato che saresti pronto a sacrificare alle tue illusioni anche quella piccola scintilla che senza cura mantieni. Tuttavia questo non è affatto in tuo potere! - 

La risata risuona ora con un’enfasi selvaggia che incendia il cielo con un’insopportabile aurora. Vengono schiere splendenti di angeli che lo sguardo non può sostenere…


L’uomo si sveglia travolto da singhiozzi irrefrenabili. Vergogna. Pentimento. Ad occhi chiusi cerca all’interno una caverna oscura dove rifugiarsi, dimenticandosi di sé e del proprio imperdonabile  errore. Le lacrime lo lavano come un fiume impetuoso che agita i detriti taglienti dei pensieri. In superficie, il tempo scorre così nel caos; ma, mentre continua a piangere senza sapersi arrestare, l’uomo è attratto all’interno come da un potente magnete.

Più dentro, al di sotto dei pensieri e delle emozioni che ormai stentano a trovare di che alimentarsi, sta sempre più scivolando nel nulla di un’assenza pacificante eppure terribile, perché terribile è questa spada fatta di nulla che recide ogni legame con il mondo. Un mondo prima odiato, ma per cui ora prova una nostalgia dilaniante, senza tuttavia poter sentire alcun senso d’appartenenza. Nella piena contraddizione, questa spoliazione assoluta  continua a svolgersi inesorabile, com’è inesorabile il vuoto mortifero che, lui lo intuisce, lo attende nel fondo.
Infine cessa d’opporre resistenza: non gli importa più di niente ed è pronto a morire, con sovrana indifferenza più che con rassegnazione… Ma proprio adesso, all’improvviso, risplende un bagliore del lume eterno della Vita.


Lo schermo buio si popola di immagini che scorrono liquide e distanti, mostrando lo spettacolo visto dall’anima pre-nata dell’uomo. Essa non ha sostanza e aleggia come un vento leggero nel panorama della Creazione. Non può soffermarsi, ma gioisce dei repentini spostamenti nell’aria; ancor di più quando incontra un oggetto, lasciandosi da quello assorbire durante il breve tempo del proprio passaggio. Allora, è solo un istante, partecipa dell’intima presenza dell’oggetto, amplificando lo splendore. Nel gioco che la governa, diviene un attimo fiore, un attimo animale strisciante, un altro uccello, un altro ancora albero fronduto, e molte altre cose.

Vorrebbe però prolungarsi nel sentire, e si sforza di aderire ancora un poco all’incontro immediato con le forme viventi. Resiste nel non mollare la presa, e si accorge di poterlo fare perché ora ha un corpo, con mani pronte ad afferrare e occhi capaci di fissare con lo sguardo.

L’anima neonata dell’uomo esulta dei suoi giocattoli viventi, di cui ormai non sa più auscultare il cuore, ma essi sono così attraenti e sorprendenti che a lei non importa. Gioisce nel poterli spostare e governare a piacimento. Si sente potente, ma all’improvviso qualcosa la ferisce, la sua mano è trafitta dalla spina di una rosa.
Sente salire un’emozione sconosciuta, che è un fuoco di rabbia, e prova l’impulso di distruggere quel fiore, perché le ha provocato dolore e lei reagisce. E’ pronta all’odio capace di frantumare, ma la magnifica rosa la richiama, stregandola con il profumo, al centro della corolla.

Come l’ape ebbra, l’anima bambina dell’uomo penetra l’odoroso sacrario di petali, dimenticando il dolore provato.

Il fondo interno del fiore è fatto di un limpido liquore dove l’anima cresciuta dell’uomo si rispecchia. Così osserva se stessa confondendosi, e ciò che vede la innamora. Come Narciso, si avvicina incautamente per gettare l’abbraccio a quell’immagine attraente che non sa riconoscere come la propria, fino a caderci dentro. Annega e si sperde languidamente nel fondo spumoso, e facendolo si trova magicamente ad attraversarlo, scoprendosi nuovamente libera e in volo.

Allora capisce il segreto: qualsiasi sia il dolore nella vita, è la spina della rosa. La rosa dobbiamo cercarla, seguendo il profumo, perché non è sempre facilmente conoscibile. Il fiore va penetrato fino al suo cuore interno, che attende per restituirci la libertà incondizionata dell’essere.

venerdì 21 febbraio 2014

Arte e buonsenso


In un mio racconto, che ho pubblicato un po’ di tempo fa in questo blog, ho raccontato di una addetta alle pulizie che faceva piazza pulita di una istallazione d’arte contemporanea scambiandola per un accumulo di sporcizia. L’altro giorno è accaduto che una signora incaricata di pulire la sala Murat di Bari, in occasione dell’allestimento di una mostra, ha effettivamente mandato in discarica cinque opere d’arte contemporanea costituite da cartoni e pezzi di sughero scribacchiati. 

Oltraggio all’arte? Oppure semplice innocenza del buonsenso? Credo che se a un pezzo di cartone raffazzonato viene attribuito un valore di 15000 euro (valore di ciascuna delle cinque opere), la cosa dovrebbe indurre ad una riflessione. Innanzitutto su cosa è realmente arte, dato che quello che può essere scambiato per spazzatura probabilmente lo è, o almeno è difficile pensare che abbia la dignità creativa dell’arte. Ma siamo ormai abituati a questo spaccio insensato di brutture da parte dei pusher del mercato dell’arte, che è il cancro che divora la cultura, e l’imperdonabile sofisticazione non suscita (purtroppo) le legittime rimostranze, anzi non mancano coloro che, complici o solo ignoranti, la giustificano o addirittura la osannano in nome di una arbitraria libertà d’espressione. Un vino adulterato è robaccia, ma guai a dirlo della cattiva arte! 

Perdonate la franchezza, ma credo che l’addetta alle pulizie in questione si sia comportata né più né meno come il bambino della favola del Re nudo, e che come tale sia innocente. Non direi lo stesso degli artisti e dei curatori che promuovono l’avvilimento brutale dell’arte, divenuto ormai dominante. Chi intende dominare un popolo per prima cosa procede a distruggere la sua cultura, ed è quello che si sta facendo con questa arte-spazzatura, con la politicizzazione e l’ossessione finanziaria della pseudo-arte contemporanea, con i tagli alla cultura vera e con l’eliminazione dell’insegnamento artistico nelle scuole (già mal fatto e sofferente). Personalmente mi diletto a sognare che una schiera di addetti alle pulizie, per semplice buonsenso, proceda all’eliminazione degli obbrobri che l’arte contemporanea ci propina e a caro prezzo. Pensiamo ad esempio a quel gigantesco corno rosso istallato davanti alla Reggia di Caserta con un impiego iperbolico del denaro pubblico. 

Per fortuna gli addetti alle pulizie si danno da fare. Uno ha stuccato un buco nel muro del Mart, il Museo dell’arte di Ravenna, chissà come mai senza accorgersi che si trattava di un’opera d’arte. Un po’ di tempo fa, al Palazzo Reale di Genova, una signora delle pulizie vuotò un posacenere pieno di cicche maleodoranti senza capire che faceva parte dell’istallazione di un famoso artista, il quale ottenne uno spropositato risarcimento. Ma certo non bastano gli addetti delle pulizie per sanare lo scempio. Tutti noi dovremmo ritrovare il buonsenso e la capacità critica, insieme alla genuina sensibilità artistica che riporti in auge un’arte che nutra l’anima e renda feconda la visione.

Il mio racconto:

mercoledì 8 gennaio 2014

La storia interiore


Satvat - Ribellione spirituale - acrilico su tela


Effettivamente, siamo autentici solo per quanto concerne la nostra  storia interiore, che è tutt’altro dalla storia personale. Infatti la storia interiore è sempre qui-e-ora, con una rispondenza spontanea dall’anima che sperimenta e segue energeticamente il vissuto in senso espansivo, dato che non è condizionata dalle abitudini e dalle frustrazioni della personalità. Possiamo definirla come storia, parola che intende uno sviluppo temporale, poiché riguarda il percorso della nostra evoluzione, ma si sviluppa sull’asse verticale della profondità e non è effettivamente vincolata alla progressione orizzontale del tempo. Manifesta una memoria indelebile, che fa assaporare i ricordi rendendoli presenti, ma anche in questo caso resta indifferente al tempo perché non segue il filo dei pensieri bensì l’intuizione, che per sua natura resta delocalizzata. 

Quando pensiamo ai momenti di espansione e di vibrante presenza che abbiamo sperimentato nel corso della nostra vita, possiamo accorgerci che restano presenti e come sospesi dal racconto piatto e consequenziale che ci facciamo di noi stessi; sono momenti di inspiegabile benedizione che ci segnalano un senso di veritiera appartenenza a qualcosa di essenziale che più di tutto ci rappresenta, lo sappiamo, ma che non riusciamo a definire. Tuttavia, pur se queste percezioni risultano atemporali, possono darci l’idea di un percorso poiché si corrispondono intuitivamente le une alle altre, seguendo un moto organico e unitario che tende a rivelare la ricchezza dell’essere.

Ogni percorso evolutivo è essenzialmente inteso a nutrire tale storia interiore e a trascendere gli equivoci che asfaltano la strada della storia personale, dove transitano le angustie e i malanni. Dalla prospettiva dell’arteterapia evolutiva si comprende che la creatività è un modo straordinario per facilitare questo processo. Meditando sulle ispirazioni dell'arte, quello che viene percepito come storia personale man mano si decanta per cui si evidenziano con sempre maggior chiarezza i nessi simbolici e le intuizioni della storia interiore.

giovedì 2 gennaio 2014

L'ARTE CHE SUPERA LA MORTE

Satvat - La morte sorridente - acrilico su tela
Attualmente l’essere umano è intensamente coinvolto in un processo dissolutivo di dimensioni epocali, il quale evidenzia le caratteristiche distorte e distruttive dell’Ombra collettiva. Se è vero che la vita si manifesta necessariamente nell’alternanza di solve e coagula, di disfacimento e ri-creazione, è però evidente che oggi l’umanità intera è costretta ad affrontare un allarmante processo di morte in modo quanto mai esposto e globale. La crisi mondiale è il dato visibile della necessità di una trasformazione improrogabile e senza precedenti, essendo il sintomo di una malattia grave e generalizzata che effettivamente investe ogni ambito, dall’individuale al sociale, rendendosi evidente sui mercati poiché è lì che mettiamo la totalità dell’attenzione. Questa malattia è indubbiamente il risultato della complessiva espropriazione del benessere collettivo a vantaggio degli interessi dei grandi trust economici, ma, se osservata con un’ottica esoterica, è anche una sfida necessaria affinché l’essere umano acquisisca una dimensione più reale e consapevole. L’Ombra sta tracimando rendendosi quanto mai evidente, e tutti facciamo i conti con questo venendo chiamati con forza ad un’assunzione di responsabilità e all’esercizio di una rinnovata creatività...

mercoledì 18 dicembre 2013

CATARSI E CREATIVITA'



 
Satvat - La leggenda dell'Unicorno - acquerello
La catarsi caotica è certamente utile nella fase iniziale del processo creativo, ma poi deve essere sublimata con un lavoro alchemico di trasformazione e di re-integrazione su un livello più organico e ispirato. Troppo spesso si scambia la catarsi per effettiva liberazione, anche nell’opera propriamente artistica, ma è una liberazione ingannevole ed affatto risolutrice, poiché è priva delle virtù risananti della comprensione e dell’ispirazione. In tutti i percorsi interiori per prima cosa si scende agli inferi, incontrando le fermentazioni oscure e spaventose che la coscienza ordinaria si impegna ad ignorare. Contattando i contenuti inconsci si mette in moto un’attività di frizione che sviluppa molta energia, la quale può avere esiti contraddittori; infatti la forza che viene suscitata può essere sia distruttiva, se non si accompagna alla consapevolezza, che creativa, quando si è in grado di osservarla e liberarla. 

Infatti nel regno dell’Ombra si cade in confusione e reattività, oppure si può cogliere consciamente l’energia per trovarvi un’occasione evolutiva. Riuscendo a fronteggiare e a gestire tale lava energetica con un impegno cosciente, essa diviene una straordinaria forza propulsiva che rompe gli schemi, i quali costringono e condizionano l’energia vitale. Così ristabilito e connesso alla saggezza intuitiva dell’Artista Interiore, il flusso energetico trova il moto naturale che risana e si evolve in modo ascensionale. Questo è il percorso dantesco del viaggio interiore, dove si incontrano le dannazioni della psiche per verificarle e recuperare l’energia là imprigionata che, rimessa in movimento, può risalire sulla Via del paradiso. Ma non è affatto saggio mettere dimora tra i mostri dell’inconscio, i quali vanno riconosciuti, affrontati con consapevolezza e trascesi.


Quando l’Ombra non viene evitata ma è invitata a mostrarsi, l’energia bloccata torna disponibile ed è certamente gratificante e potenziante. Tale processo iniziale è l’opportunità di una reintegrazione di forze che consente di compiere il balzo al livello superiore; però si può restarne incantati, perché l’ego si sente fortificato e non ci si avvede che il veleno può essere una cura ma poi bisogna espellere le tossine, al fine di vibrare sull’alta frequenza della salute. La celebrazione del mostruoso che oggi intossica la cultura è in alcuni casi dovuta al desiderio di una liberazione senza la sufficiente comprensione, e reca il segno di un narcisismo che è incapace di guardare nello specchio dell’io per dissipare l’incantesimo e giungere a scorgere il Sé.