L'arte insegna all'uomo la responsabilita' della creazione.Quando diventa una preghiera, la divinita' interiore e' risvegliata.Satvat
lunedì 28 dicembre 2009
ARTE E VALORE
Un'opera d'arte non è una merce, non ha nulla a che fare con l'orizzontalità funzionale dello scambio merceologico. Ha un valore spirituale, essendo una profonda esperienza verticalizzata, in cui l'artista ha cercato una rispondenza emotiva ed intuitiva alla realtà del momento; da ciò si origina una risposta creativa tanto potente e significativa da poter essere condivisa, da costituire una fonte d'ispirazione. Tale valore non è monetizzabile, tuttavia un'opera d'arte è espressione del lavoro di un artista e perciò deve essere venduta, dando sostentamento alla vita ed alla continua ricerca dell'autore. Questo semplice fatto risulta però problematico, dato che la larga maggioranza del pubblico, pur se apprezza la qualità di un lavoro artistico, è generalmente restia a pagarlo. L'artista, sia per necessità sia per desiderio di condivisione, dà al suo lavoro un prezzo quanto più agevole, tuttavia risulta difficile che ciò venga apprezzato nel giusto modo. Non si discute sul prezzo di un oggetto tecnologico o di un paio di scarpe, ma un quadro, ad esempio, viene generalmente sottovalutato dal pubblico, almeno da quello meno accorto. Non si è disposti a riconoscere il giusto valore né al lavoro, né al tempo ed all'appassionato impegno creativo dell'autore. Perché ciò accada è interessante. Siamo abituati a conferire valore solo agli oggetti banali, e se un oggetto è investito di un contenuto d'Anima, come nel caso di un'opera d'Arte, ciò ci procura disagio. Non sappiamo stimarlo né apprezzarlo, dato che rinneghiamo in noi stessi la fonte della creatività e dell'intuizione, essendo diseducati al potere spirituale e crocefissi sull'illusione consumista e materialista. Paradossalmente, l'opera d'arte trova soddisfazione economica, in modo forsennato, solo se viene snaturata e ridotta ad oggetto d'investimento. I quadri che nelle aste riscuotono cifre vertiginose, non sono in verità ricercati per la loro risonanza d'Anima, né per la maestria dell'autore, ma poiché sono "cosificati" dal mercato. La difficoltà del lavoro dell'artista è proverbiale, ma oggi il mercato dell'Arte è quanto mai artificioso e spinto dall'enfasi materialistica. Non ci accorgiamo che tutto questo ci depriva da quella naturalità sensitiva ed ispirativa che è il fondamento stesso dell'Arte? Se desideriamo mantenere il patrimonio d'Anima dell'esperienza artistica, imprescindibile per ogni civiltà, ognuno di noi dovrebbe riflettere sull'autentico valore dell'Arte; facendolo, ci riavvicineremo beneficamente a noi stessi.
domenica 20 dicembre 2009
Il potere della condivisione
Risfogliando il catalogo di una mostra che ha celebrato il sessantesimo anniversario del movimento artistico CoBrA, mi trovo a riflettere sulle deludenti prospettive del panorama contemporaneo. CoBrA ebbe una vita breve (dal 1948 al 1951) quanto intensa e folgorante; fondato da artisti olandesi, danesi e belgi, promosse una rete ad alto voltaggio di iniziative, serrati confronti e partecipazioni, che ha prepotentemete viaggiato annullando ogni confine culturale e geografico. A mio avviso, la forza di CoBrA è derivata più dalla capacità d'unione degli artisti che dal valore artistico delle loro opere, sul quale si potrebbe discutere. Comunque invidio quella possibile condivisione di passione, quel fuoco collettivo che è stato in grado di bruciare le sterpaglie dei canoni artistici.
Avendo io partecipato, soprattuttio negli anni '70 e '80, ad un periodo rivoluzionario (socialmente quanto artisticamente e spiritualmente) posso sentire ancora in bocca il ricordo di quel gusto: il fervore che ritiene ogni cosa possibile, e la comunicazione che rimbalza da cuore a cuore, determinando un'istintiva coralità d'intenti. Sapore d'entusiasmo, di ricerca liberatoria, del sentirsi creativamente parte di un tutto in movimento. Sapore che è ormai divenuto amaro sulle labbra. Certo, anche allora non mancavano le spine, ma ora che diamo per scontata la sottomissione ad un potere tiranno che ci affossa nel consumismo e nell'espropriazione creativa, ora che l'arte è costruzione dei politicanti dell'arte e non più degli artisti, la rosa è definitivamente marcita.
Siamo sempre più imprigionati in un egocentrismo indotto che vuol renderci incapaci di ogni apertura di cuore, di ogni reale condivisione. Ognuno è richiuso nell'affanno insoddisfatto, nella difficoltà crudele di darsi e di ricevere, nella sovrana diffidenza. Ed anche gli artisti, ciascuno stitico, geloso, soffocato dall'io che lo rende tronfio ed impotente. Si condivide poco, forse perchè si è persa l'innocenza, e quindi l'ispirazione, per cui si ha ben poco da dire e lo si maschera con la presunzione.
Tuttavia continuo a credere nella creatività e nell'essere umano, in virtù del fatto che gli occhi continuano, a volte, a colmarsi di stupore, di fronte ad un quadro come ad un tramonto o ad un sorriso. La grazia si condivide naturalmente, poichè nasce dal Cuore Universale e va a cercare se stessa in ogni cuore, creando assonanze e quel sentire universale che ci rende partecipi. Comprendendo questo, dobbiamo restituirci la speranza e l'afflato collettivo che trasforma noi stessi ed il mondo intero.
Avendo io partecipato, soprattuttio negli anni '70 e '80, ad un periodo rivoluzionario (socialmente quanto artisticamente e spiritualmente) posso sentire ancora in bocca il ricordo di quel gusto: il fervore che ritiene ogni cosa possibile, e la comunicazione che rimbalza da cuore a cuore, determinando un'istintiva coralità d'intenti. Sapore d'entusiasmo, di ricerca liberatoria, del sentirsi creativamente parte di un tutto in movimento. Sapore che è ormai divenuto amaro sulle labbra. Certo, anche allora non mancavano le spine, ma ora che diamo per scontata la sottomissione ad un potere tiranno che ci affossa nel consumismo e nell'espropriazione creativa, ora che l'arte è costruzione dei politicanti dell'arte e non più degli artisti, la rosa è definitivamente marcita.
Siamo sempre più imprigionati in un egocentrismo indotto che vuol renderci incapaci di ogni apertura di cuore, di ogni reale condivisione. Ognuno è richiuso nell'affanno insoddisfatto, nella difficoltà crudele di darsi e di ricevere, nella sovrana diffidenza. Ed anche gli artisti, ciascuno stitico, geloso, soffocato dall'io che lo rende tronfio ed impotente. Si condivide poco, forse perchè si è persa l'innocenza, e quindi l'ispirazione, per cui si ha ben poco da dire e lo si maschera con la presunzione.
Tuttavia continuo a credere nella creatività e nell'essere umano, in virtù del fatto che gli occhi continuano, a volte, a colmarsi di stupore, di fronte ad un quadro come ad un tramonto o ad un sorriso. La grazia si condivide naturalmente, poichè nasce dal Cuore Universale e va a cercare se stessa in ogni cuore, creando assonanze e quel sentire universale che ci rende partecipi. Comprendendo questo, dobbiamo restituirci la speranza e l'afflato collettivo che trasforma noi stessi ed il mondo intero.
domenica 6 dicembre 2009
IL CUTTING

Generalmente, dal procedimento creativo della Mu-painting (la pittura meditativa che trovate descritta sul mio sito www.satvat.it)scaturisce un tutto-pieno multidimensionale che è in verità “pieno di Vuoto” (come riverbero del Tao) e comunque ricco di riflessioni sinergiche. Il pittore ha aperto nel quadro universi vertiginosi, approfondendo meditativamente il caos sino al fiorire dell'armonia nascosta. Lo sguardo dell'osservatore, non trovando in ciò alcun appiglio formalizzato, viene rapito in una totalità armonica, e gioiosamente mosso in una danza circolare che intuitivamente ispira suggestioni vibranti dell'Interiore.
Giunti a questa complessa realizzazione, il tutto-pieno può essere sublimato con la tecnica del cutting, procedendo a coprire con un colore alcune parti del dipinto. Mentre nella serie pittorica denominata “universal web” ho dilatato il tutto-pieno al massimo grado, con il cutting lavoro in riduzione, ritagliando simbolicamente l'Infinito. Ovviamente tale riduzione non deve sminuire la totalità, bensì dilatarla nel non-manifesto, un po' come facevano i pittori estremorientali quando celavano in parte i loro paesaggi con nebbie impenetrabili.
Tramite il cutting, la totalità che si è espressa nella pittura viene ulteriormente esaltata, tramite un sacrificio che arricchisce l'essere con il non-essere. Dato che ciò che viene sacrificato non è né spurio né accessorio, il pittore deve trascendere ogni attaccamento a ciò che ha faticosamente conquistato; ciò comporta una meditazione sull'impermanenza, che per certi aspetti può ricordare la distruzione rituale del mandàla. Inoltre è essenziale che il manifesto e ciò che è reso non-manifesto si mantengano coerentemente armonici, contribuendo insieme a magnificare l'espressione creativa. La comprensione di come ciò possa verificarsi, è per l'artista un intenso insegnamento di sottigliezza spirituale.
martedì 3 novembre 2009
Dadaismo e Surrealismo
Ho visitato al Vittoriano di Roma la mostra su Dadaismo e Surrealismo. L'esposizione offre una visione alquanto estesa sui due movimenti artistici, accompagnandoli con un inquadramento di ampio respiro che comprende anche opere di diverso orientamento, come ad esempio alcuni dipinti di Kandinsky e di Pollock. Si è voluto disegnare un panorama estremamente vasto, con più di 200 artisti, e questa mi è sembrata la forza, ma anche il limite, della mostra; se da un lato si è cercato d'essere massimamente esaurienti, da una diversa prospettiva si osserva che i grandi protagonisti, soprattutto del Surrealismo, non risultano sufficientemente delineati, ed il loro lavoro è rappresentato in modo minimale. Forse sarebbe stato preferibile dare spazio ad un numero minore di autori, ma con un'osservazione più ,accurata, capace di mostrare, attraverso un corollario più rappresentativo del loro lavoro, l'evoluzione di un'esperienza artistica profondamente vissuta. Invece, pur se vengono meticolosamente ordinati gli aspetti e le qualità stilistiche del Dadaismo e del Surrealismo, il tutto dà un'impressione didascalica, che raffrena l'emozione. A parte questo, si può però contemplare una ricchezza espositiva che ben illustra la grande vitalità artistica che, agli inizi del secolo scorso, ha inteso erompere dagli schemi ed essere fautrice di una radicale svolta percettiva, in modo puramente eversivo nel caso del Dadaismo, mentre il Surrealismo ha variamente puntato ad un'elaborazione interiorizzata ed esoterica. Gli artisti surrealisti non si sono contentati di un nichilismo sovvertitore, ma hanno scompaginato le vie della percezione per ricercare un nume nascosto nella piena soggettivazione dell'esperienza della realtà. L'onirico, il ribaltamento del senso, la contraddizione dell'ovvio, e l'esaltazione puramente ludica, sono stati i lasciapassare per una ricerca appassionata e non convenzionale, che voleva stabilire rapporti nuovi tra l'uomo ed il kosmos, in alcuni casi una scorciatoia dionisiaca per l'esperienza del Sacro. Effettivamente, e questo è stato forse poco compreso, il Surrealismo ha tentato una sovversione mistica, detronizzando il Dio canonico e mettendo al centro il grande punto di domanda che alberga nell'uomo stesso. Questo supremo interrogativo è stato il Dio Ignoto che i surrealisti hanno pregato, frugando nei loro impulsi più segreti, automatici (cioè non mediati dalla mente, schiava delle convenzioni) e sensitivi. Tuttavia, nel far questo, hanno trascurato di ricercare la saggezza esoterica ma riunificante del Sé, la saggezza meditativa da cui rifiorisce l'innocenza, e si sono spesso trastullati nell'ingegno personalistico, facendo tesoro di frammenti artificiali, incapaci a riverberare il senso segreto. Se hanno giustamente scalzato la mente ordinaria, hanno però instaurato una mente anticonvenzionale, divenendone infine gli scaltri adepti che, celebrando l'artificio mentale, hanno esaltato edonisticamente il loro stesso limite. Per questo il primo Surrealismo risulta più vitale, pervaso da uno psichismo che è fondato su un genuino stupore, mentre poi si è attardato in auto-indulgenze ripetitive e di mestiere. Ma l'Arte scaturisce dallo stupore dell'artista, non dalla voglia di stupire.
sabato 31 ottobre 2009
LA FONTE DELLA VITA
Un'antichissima storia racconta che sulla cima di una montagna vi è la sacra Fonte della Vita: chi beve quell'acqua vivrà per sempre, eternamente giovane. La Fonte è però protetta da un drago, e solo chi ha già bevuto quell'acqua può sconfiggerlo. Perciò sembra impossibile accedere alla Fonte. Tuttavia in questo mio quadro ho dato l'unica risposta all'enigma: siamo già al centro della Sorgente della Vita, ma ne siamo ignari, come mostra lo sguardo attonito del personaggio. Ed il drago è solo una creazione della nostra mente, un frutto della nostra inconsapevolezza. L'Universo continua a nutrirci nella bellezza, ma per poterla assaporare davvero dobbiamo oltrepassare il muro di fuoco costituito dalle nostre passioni immature.
lunedì 26 ottobre 2009
Pilastro Cosmico
Questa scultura raffigura l'axis mundi, il pilastro cosmico che congiunge la Terra al Cielo. Questa idea simbolica è presente in ogni Cultura, e rappresenta la cognizione meditativa della verticalità spirituale. Se il piano orizzontale è terrestre e si presta allo sviluppo del divenire, l'assialità verticale è libera dal tempo e dallo spazio, essendo propriamente la consapevolezza spirituale dell'eterno presente. Orizzontalmente siamo vincolati alla materia, ma nella verticalità riconosciamo la Sorgente di ciò che più intimamente siamo, il nostro "volto originale" che rimane ineffabilmente fresco ed imperturbato, poiché è la Verità universale di ciò che siamo essenzialmente, ma abbiamo dimenticato. Questa misteriosa ma imperdibile eredità verticalizzata e spirituale è ad esempio evidenziata dall'assetto dei nostri chakra, i centri metafisici dell'energia vitale; ma sotto il profilo simbolico possiamo trovare mille esempi: il pastorale papale, il bastone del maestro zen, la bacchetta del mago, la stele, il menhir pre-storico, l'omphalos, eccetera. In questo lavoro, il pilastro è leggermente arcuato, poichè la propulsione dell'energia vitale accade in modo circolare, mantenendo una connessione misterica con il centro immateriale dell'oltrespazio consapevole. Esso è incoronato da una curvatura flessuosa ed armonica di onde creative (le correnti del mutamento) che abbracciano lo spazio partendo da un'altezza appena staccata da terra, in un modo che può ricordare la copertura formata dai serpenti Naga per incoronare l'illuminazione di Buddha, ma anche le cupole delle cattedrali, disegnate di santità svolazzanti.
martedì 13 ottobre 2009
SPIRITO

Satvat - Spirito
acrilico su tela, 2009
acrilico su tela, 2009
Ho realizzato questo dipinto in occasione della mostra Futurismo/Presentismo, come risposta al quadro Materia di Boccioni. Sullo sfondo si stagliano nuvoloni neri ed accuminati, disegnati nello stile futurista di Depero, che simbolizzano le emozioni dense ed oscure in cui siamo attualmente immersi. La figura pacificante del Buddha levita imperturbata in questo fosco scenario, ispirando una quieta testimonianza, satura d'inattaccabile gioia interiore.
giovedì 8 ottobre 2009
IL TAO DELLA PITTURA
NUOVO! In libreria il nuovo libro di Satvat! NEW! Satvat's new book!
E' uscito nelle librerie il mio nuovo libro IL TAO DELLA PITTURA, lo Spirituale nell'Arte da Oriente e Occidente - pubblicato da Bastogi Editrice Italiana. E' passato più o meno un secolo da quando Wassily Kandisky pubblicò il suo "Lo Spirituale nell'Arte", un testo straordinario e ricco d'intuizione che ha ispirato un'epoca, e che è letto a tutt'oggi. Tuttavia da allora ne è passata molta di acqua sotto i ponti, e le potenzialità della lettura spirituale dell'Arte si sono accresciute e notevolmente modificate, anche se l'Arte, come tutto il resto, sembra precipitata nel più funesto materialismo concettuale. Ma questo è solo ciò che maggiormente appare, poiché viene gestito sui grandi circuiti del Sistema; in realtà dall'inizio del secolo scorso vi è stato nell'Arte un flusso ininterrotto di consapevolezza, pur sotterraneo e fautore d'esperienze contraddittorie. Evidenziare questa corrente spirituale, significa verificare l'immanente saggezza intuitiva dell'esperienza umana, e tornare profondamente a noi stessi, dato che l'Arte è veicolo dell'indagine interiore, checché ne dicano i poveri profeti del niente che oggi imperversano. Credo che basti una scorsa a questo mio libro, per comprendere quale incredibile patrimonio spirituale si sia espresso nell'Arte. Arte che è riflessione sensitiva sulla Vita, per cui effettivamente il TAO DELLA PITTURA non si rivolge solo agli artisti ed agli amanti dell'Arte, ma a chiunque desideri intraprendere un viaggio introspettivo alla scoperta originale di sé, del Sé. Per portare alla maggior profondità tale indagine, ho esplorato anche percorsi che sono apparentemente lontani dalla percezione occidentale, ossia quelli che sono anticamente sbocciati nell'Estremo Oriente, con particolare riguardo per la pittura taoista e per quella zen. In realtà dal secolo scorso gli artisti hanno avviato uno straordinario processo in questo senso, che non è stato sufficientemente osservato e compreso. Poiché l'artista moderno ha portato coraggiosamente la ricerca artistica in se stesso, si è trovato, più o meno consapevolmente, a verificare le poderose intuizioni meditative dell'Arte estremorientale; per questo ne è rimasto così affascinato. Se si fosse indagato con maturità su questo, l'essere umano avrebbe potuto acquisire una straordinaria chiarezza, facilitata dall'Arte, del proprio tesoro spirituale, una via appassionante per rintracciare il proprio "volto originale". Ma non è troppo tardi, e questo libro intende essere un valido contributo per avviare tale processo di crescita esistenziale. Tanta è stata la forza intuitiva dell'ispirazione e della scrittura, che ne sono rimasto folgorato ed estasiato, al punto di non poter dire di essere stato io a scriverlo, ma questa è la vera magia dell'Arte. Perciò entusiasticamente invito tutti a bere, insieme a me, a questa fonte prodigiosa, che può indurci a vedere il nostro più autentico riflesso.
martedì 6 ottobre 2009
Gli artisti che amo:Richard Pousette-Dart
Un giovane Richard Pousette-Dart sorride nella famosa foto degli Irascibili, gli artisti esplosivi della Scuola di New York. In effetti, nella sua pittura, pur se ha esperienziato una gestualità libera, in qualche modo affine a quel Movimento, egli ha espresso una vivace riflessione alchemica e spirituale, che si è distanziata in altitudine dalla fermentazione puramente catartica dell'azione. La sua arte ha percorso territori selvaggi, in cui il segno si è sottoposto a rituali iniziatici nei vortici e nelle onde del mutamento, ed in cui il colore si è approfondito nella propria intrinseca saggezza, sino a divenire materia archetipica e pulsante. In tutto ciò, Richard Pousette-Dart ha conservato un eccezionale senso della misura, non declinato dal raziocinio bensì dalla spontaneità consapevole. Egli si è arditamente esteso in ogni direzione, ma mantenendosi connesso con il centro, con la radice della presenza meditativa. Per questo la strutturazione pittorica è spesso ripartita a croce, intersecando il piano orrizzontale terrestre con quello verticale e celestiale. Per questo nella sua opera è così presente il cerchio simbolo dell'interno/esterno, simbolo del Tutto. E pure nel puntinismo cromatico che dilaga dalle sue tele più tarde, possiamo accorgerci che nessuno dei milioni di punti è casuale o distratto, ma intensamente e meticolosamente partecipato. Un tale controllo dell'opera è possibile solo all'Artista Interiore, che è pura testimonianza creativa della Vita stessa. Nei lavori giovanili, già intuitivamente maturi, egli meditava con forme d'occhio (virtù della visione) e forme d'uccello (ascesi e liberazione). Egli esercitava onde ellittiche, come orbite cosmiche e diagrammi astrali, riflessi nel dipinto per evocare l'Unità spirituale del Sotto e del Sopra, recitando artisticamente la Tavola Smeraldina. Richard Pousette-Dart ha avuto meno notorietà dei suoi roboanti amici Irascibili, restando appartato nelle sue meditazioni. Le vette insondabili e commuoventi della sua pittura sono affatto per la massa, ma per l'estimatore sensibile, per l'amante appassionato. Allora i suoi dipinti straordinari si rivelano vivi, pulsanti, capaci d'attrarci in un altrove, perfettamente presente, in cui ritroviamo la vibrazione estatica che permea ed unisce noi stessi ed il Tutto.
sabato 26 settembre 2009
ANGELO MAESTRO
I gioielli della Collezione Gli Angeli sono "onde forma" che trasmettono specifiche frequenze energetiche. Di questi particolari yantra, che ho descritto nel mio libro L'Artista Interiore nella loro trasposizione bidimensionale (come yantra per l'ambiente), ho sinora canalizzato otto disegni, ognuno dei quali veicola un determinato messaggio. Testandoli con un pendolino, vedremo che esso traccia un'elisse, invece dell'usuale andamento circolare; questo testimonia la specificità armonica della frequenza. L'Angelo Maestro ha il significato di una trasmissione spirituale che vivacizza il corpo aurico personale, elevandolo di livello. In tal modo favorisce percezioni elevate, stimolando la creatività e la comunicazione intuitiva. E' particolarmente adatto per chi affronta cambiamenti esistenziali, dato che stimola l'allineamento delle vibrazioni personali con i misteriosi tracciati del Destino, facilitando la chiarezza della nuova strada, che attende d'essere verificata da un agire che sia affrancato dagli schemi instaurati nel passato.
lunedì 21 settembre 2009
A PROPOSITO D'INTROGRAFIA
Mi è capitato di venire a conoscenza che alcuni terapeuti utilizzano la tecnica da me creata dell'intrografia. Si tratta della possibilità di utilizzare catarticamente la pratica calligrafica per rilasciare emozioni, purificando il corpo mente, e per liberare la fluidità energetica del segno grafico o pittorico. L'intrografia è accuratamente descritta nel mio libro L'ARTISTA INTERIORE, ed è molto apprezzata sia da chi ha frequentato i miei corsi, sia dalle persone che l'hanno appresa attraverso la lettura. Tuttavia, poiché ho rilevato degli errori d'impostazione, sia da parte di alcuni praticanti sia di alcuni insegnanti, ritengo di dover fare alcune precisazioni. Si deve scrivere in modo continuo, senza mai staccare la penna dal foglio, se non quando si passa alla riga successiva, senza utilizzare alcun segno conosciuto, lasciandosi andare ad un grafismo istintuale senza nessun senso compiuto. Inoltre è importate mantenere l'attenzione al fatto che la mano scrivente sia mantenuta massimamente rilassata. Queste semplici indicazioni sono fondamentali per la buona riuscita dell'esercizio.

sabato 19 settembre 2009
AMPOLLA ALCHEMICA
In questo quadro ho dipinto un ponte tra Cielo e Terra, che è l'incontro erotico di una verticalità spirituale con un'inflorescenza vulvare, che si eleva dal piano orizzontale. Mistero d'Amore e di unione nei toni dell'azzurro celestiale e dell'arancio sensuale, che si apre come una coppa. La creatività intrinseca del rapporto verticalizzato del sotto e del sopra, si dispiega anche sul piano orizzontale, con un arcobaleno immateriale, che è una soglia della percezione, sul lato sinistro, e con uno squarcio dimensionale, da cui si intravede uno sviluppo albeggiante, sulla destra. Lo sfondo terragno è fecondato da un pulviscolo aureo, mentre globi rosati di compassione discendono fluttuando dall'alto.
giovedì 17 settembre 2009
arteterapia meditativa
Alcuni amici mi chiedono di parlare sulla mia visione dell'arteterapia. Effettivamente ciò che insegno ai miei corsi, e che ho descritto nel mio libro L'Artista Interiore, è su un livello diverso da quello usualmente percorso dalla pratica arteterapica. L'ambito dell'intervento arteterapeutico è generalmente circoscritto alla risoluzione, o almeno al riconoscimento, di problemi affrontabili in un percorso psicoterapeutico. In presenza di un disagio, che è spesso inteso come alterazione dei parametri della "normalità" individuale e sociale, si utilizzano i mezzi creativi per tentare di dipanare la matassa, riconducendo il paziente ad una più equilibrata percezione di sé ed alla capacità di stabilire rapporti coerenti con l'esterno. Al di là della presenza accettata di un problema di alienazione, l'arteterapia sembra perdere efficacia e motivazione, tranne forse un aspetto puramente ludico. Tuttavia, nella mia esperienza della creatività meditativa, ho verificato la povertà della suddetta ipotesi. L'individuo è un mistero ben più vasto di quanto può essere definito entro i parametri della psicologia e della normativa sociale. Oltre il piano orizzontale, in cui l'individuo si confronta con la definizione di se stesso in quanto "persona" e con l'inserimento relazionale nel mondo, vi è anche il piano verticale e spirituale. Questo piano, a cui sono intrinsecamente connesse le più intime risorse spirituali dell'individuo, non è affatto affrontabile con la logica, perciò è generalmente trascurato dalla lettura prosaica della realtà. Eppure in esso affondano le nostre vere radici dimenticate, e da ciò potremmo trarre l'autentico nutrimento che può rintegrarci in una comprensione di noi stessi come parte armonica di un Tutto universale. Ci preoccupiamo, al massimo, di renderci atti alla nostra appartenenza sociale, dimenticando che è essenzialmente una funzione collettiva, cementata da uno status quo percettivo e normativo, e trascuriamo la nostra reale appartenenza al mistero universale. Oltre la "persona", oltre la maschera che indossiamo, c'è un inesplorato universo che ci è tutt'altro che estraneo, bensì è molto più corrispondente di quanto lo siano i limiti che ci autoimponiamo e che ci sono imposti dall'esterno. Ma non lo conosciamo e quindi non ci conosciamo. Nella mia esperienza, l'arteterapia è essenzialmente una cura dell'equivoco fondamentale, in cui ci rendiamo "malati" perché siamo separati dal nostro autentico sé e dal Tutto. Privati di ciò, siamo alienati della nostra vitalità quanto della nostra consapevolezza. La pratica della creatività meditativa può aiutarci a riscoprire le nostre intime risorse ed i nostri talenti dimenticati, attualizzando una sinergica corrispondenza tra la consapevolezza di noi stessi ed il movimento naturale del Creativo. Per questo, in questa pratica si rimparano i linguaggi simbolici ed energetici che vanno al di là delle mura convenzionali della mente. L'utilizzo consapevole di questi linguaggi esoterici - usualmente relegati, con scarso potere, nella dimensione onirica - può favorire l'autoindividuazione esistenziale, allargando gli orizzonti della "visione". Per questo, non sono affatto interessato ad un uso pragmatico dell'arteterapia, che si traduce in un'inefficace cura dei sintomi distonici, tendendo a ripristinare un normale "stato di malattia", socialmente accettabile. Al contrario, sono un entusiasta sostenitore di un'arteterapia meditativa, magica e poetica, che sappia risvegliare la consapevolezza di ciò che realmente siamo e possiamo. Se si va da un Maestro in cerca d'aiuto, per ogni problema egli ci indicherà la stessa cura: la meditazione. La mia visione dell'arteterapia è assonante a questo; può anche guarire dei sintomi, ma essenzialmente perchè interviene sul nucleo fondamentale, restituendo all'individuo la piena facoltà creativa, la dignità esistenziale di se stesso, e la comprensione della sua matrice spirituale. Non è un viaggio programmato, ma una cavalcata nei selvaggi e misteriosi territori dell'Essere, ove ci si può confrontare con la libertà dell'esperienza e con la saggezza intuitiva che è la nostra più luminosa eredità. Per questo ho evitato d'operare all'interno di ambiti istituzionali, schiacciati dalla logica assistenzialistica del ripristino della "normalità", bensì mi rivolgo a persone capaci di assumersi la responsabilità creativa ed esperienziale della loro crescita.
martedì 4 agosto 2009
Gli artisti che amo: KANDINSKY
L'artista non solo deve allenare l'occhio,
ma anche l'anima.
Tornando da una passeggiata, Kandinsky fu sorpreso da un suo dipinto casualmente appeso sottosopra. Tale banalissimo evento lo trovò sveglio, trasformandosi in un agguato dello Spirituale che cambiò radicalmente ed universalmente la concezione della Pittura. L'artista percepì che, seppure il quadro capovolto non mostrava alcunché di riconoscibile, non risultava alieno bensì più "reale" di una visione ordinaria. Infatti, liberandosi da ogni descrittività iconografica, esso riusciva a testimoniare le consonanze misteriche dell'Anima. Sino ad allora, la Pittura si era ingegnata a raffigurare oggetti, ma Kandinsky, in quel momento di pura intuizione, comprese che l'oggetto nuoceva ai suoi quadri. Agli occhi del pittore, si apriva un universo artistico che era esotericamente costituito da essenze, manifestate da forme e colori, riscattando l'ovvietà di una pittura descrittiva di oggetti figurali. Fu l'avvio, per Kandinsky e per ogni essere umano, di un'avventura artistica e percettiva d'immensa portata. Non più vincolata alla descrizione del già esistente, la Pittura si rendeva artefice devota della creazione spirituale, tanto profonda da culminare nell'astratto. Ma divenne anche chiaro che se l'artista è libero di percorrere il nuovo, al contempo deve rendersi intensamente responsabile di se stesso quanto della propria creazione. Infatti, per creare qualcosa di valido ed autentico, l'artista deve entrare meditativamente in se stesso, sino a convibrare con l'impulso creativo originario, che non è individualisticamente arbitrario bensì universale. Questo riconoscimento dello "Spirituale nell'Arte" è il grande contributo di Kandinsky, ed il corollario della sua preziosa intuizione (a tutt'oggi non veramente compresa) che l'opera è legittimata unicamente dalla sua "risonanza interiore", altrimenti rimane ottusa decorazione. Egli proseguì in tale ricerca con totalità, orientandosi con tutti i mezzi filosofici e ricognitivi che erano praticabili nel suo tempo, insieme all'intrinseca religiosità del suo. lavoro Le prime opere astratte (come "Primo acquerello astratto) risultano ardite ed ingovernabilmente fluttuanti, ma poi, per procedere da pioniere nello sconosciuto, Kandinsky ha dovuto adottare linguaggi più conformati, geometrici e traccianti. Con l'impegno distaccato dello scienziato, egli ha decantato le grammatiche della narrazione interiore. Di fonte all'insondabile Magia, ha profondamente osservato, preso appunti, tentato di decodificare l'inesprimibile, disegnando mappe dell'arcano paesaggio animico che sono si astratte, ma rigorosamente coerenti. Certo non è stato mago o sciamano dell'Arte, piuttosto un sacerdote ispirato. Non si è gettato a capofitto nell'abisso, confidando in una rinascita al di là dell'io, però vi si è calato procedendo coraggiosamente passo dopo passo, assicurandosi alla corda della Ragione. Non ha bevuto al calice dell'Arte sino alla feccia, ma si è mantenuto sobrio per conservare il senso e la misura del viaggio. In quell'epoca si aprivano faticosamente sentieri totalmente nuovi, cercando d'orientarsi con la bussola dello Spirituale esoterico; non ci si poteva permettere di perdersi in vagabondaggi astrusi. Non era il momento della vertigine catartica, del caos creativo, della gestualità selvaggia. Tutto ciò sarebbe giunto dopo alcuni anni, scompigliando ciò che lo "Spirituale nell'Arte" di Kandinsky, e di altri, aveva edificato. Nell'evoluzione si procede per gradi, creando, distruggendo, e ricreando su un nuovo livello. Tuttavia è visibile che qualcosa è andato storto, nell'essere umano e nell'Arte: lungo la via si è ceduto alle lusinghe del cinismo materialistico. Senza mantenere il riferimento alla risonanza interiore (unica costante davvero necessaria) e soffocata da un edonismo negativo, l'Arte si è smarrita in superficie. Nello stesso modo, rinnegando la dimensione spirituale, l'uomo si è reso orfano dell'Esistenza. Perciò, contemplando il panorama sconfortante dell'Arte contemporanea, ci troviamo a rimpiangere l'ispirata aristocrazia d'anima che ha reso impeccabili Kandinsky e la sua opera.
Bibliografia:
W. Kandinsky - Lo Spirituale nell'Arte - Bompiani, 1997
W. Kandinsky - Punto linea superficie - Adelphi, 2003
W. Kandinsky - Sguardi sul passato - SE, 1999
A. Koiéve - La pittura concreta di Kandinsky - Abscondita, 2001
U. Becks-Malorny - Kandinsky - Taschen, 1996
M. Duchting - Kandinsky - Taschen, 2001
sabato 1 agosto 2009
L'UOMO NUOVO

giovedì 30 luglio 2009
ARTE E IMPERMANENZA
Eraclito, filosofo preplatonico, affermò giustamente che "non si entra due volte nello stesso fiume. Nella Vita tutto scorre, tutto muta incessantemente. Solo l'essere umano pensa orgogliosamente di poter mettere dei punti fermi,illudendosi nel costruire delle oasi artificiali in cui sentirsi protetto. In Occidente, l'Arte antica si proponeva di creare modelli destinati a perdurare, ingegnandosi a migliorare tecniche costruttivamente creative ad alta definizione. L'Arte Orientale, al contrario, sin dagli arbori ha incluso nel proprio esercizio del fare un respiro "astratto" che contemplava l'impermanenza. Possiamo pensare ai mandàla di sabbie policrome, che vengono distrutti subito dopo la loro realizzazione, o ai dipinti estremo-orientali in cui il paesaggio si disfa nelle nebbie, in un perfetto equilibrio di essere e non-essere che è vivificato dalle correnti inesauribili del mutamento. L'Arte Moderna occidentale ha però scoperto che l'Albero della Vita poggia sul Vuoto insondabile dell'impermanenza. L'artista moderno ha rivendicato la propria libertà e ha iniziato a scandagliare nella profondità, in se stesso e, in generale, tra le radici di quell'Albero. Ponendosi in intimo contatto con le forze creative della Vita, egli ha cercato una verità ultima che gli è sgusciata tra le dita, rivelando il fermento inesauribile della Trasformazione. Così l'artista ha capito che non poteva limitarsi a creare un idolo pietrificato ma, affinchè la propria opera fosse "vera", egli doveva essere capace di catturare nell'impeto creativo quell'elan vital inafferrabile. A ben vedere, molte delle sperimentazioni dell'Arte moderna hanno teso al movimento, all'incodificabile, fino al non-rappresentabile. La perfezione del "finito", ha cessato di essere un valore imposto, e l'imperfezione, sorella dell'impermanenza, ha reso il panorama dell'Arte più misterioso, spontaneo e vitale. La scultura ha iniziato a disfarsi o a raggrumarsi in un'informità dinamica, anche ad arricchirsi con le trasformazioni portate dal Tempo, come l'ossidazione. La pittura ha preso segni imprecisi, sbozzati, e colori "gettati", fluidi, ingovernabili. Si è iniziato a torturare i materiali, come per evidenziare le possibili fascinazioni della loro intrinseca deperibilità: ad esempio lacerandoli (Fontana) o bruciandoli (Burri). Con la body-art è persino il corpo umano che viene masochisticamente oltraggiato. La action-painting ha attribuito il massimo valore al momento dell'azione, di cui l'opera era un risultato quasi ritenuto ingombrante. Da ciò sono nate, più o meno legittimamente, le numerose formule dell'happening artistico, dalle performance sino alle istallazioni, eventi che sono strettamente sposati all'impermanenza. Ed anche l'astenia moderna del segno e del significante, che ha culminato nel quadro acromo, non si è forse dovuta all'impossibilità di trovare alcunché di stabile da figurare? Sbagliandosi nel voler caparbiamente rappresentare l'Infinito, molti artisti hanno annichilito il loro lavoro con una filosofia del Vuoto mal digerita. Vi è nascostamente qualcosa di titanico in molti di coloro che hanno affrontato artisticamente l'impermanenza, un titanismo al contrario, volto all'assoluta negazione. Ma la negazione, come l'affermazione, non ci porta veramente in contatto con il mistero. L'affermazione che non include la contraddizione rimane incollata in superfice; la negazione nasconde la rabbia reattiva dell'impotente. In realtà la Vita testimonia l'impermanenza scorrendo naturalmente dall'essere al non-essere. Lo stesso deve saper fare l'Arte, con opere ispirate che celebrino tutto ciò che può essere mostrato, vibrando con le assonanze segrete di ciò che è trascendente. Questo può accadere solo riscoprendo un sentire poetico, vitale, spontaneo e meditativo.
domenica 26 luglio 2009
LA PITTURA DEL DREAMING
Chi smette di "sognare" è perduto.
Proverbio aborigeno
Sono affascinato dalla Pittura degli aborigeni australiani. Essa ha l'emanazione arcaica di un Mito indecifrabile che inconsapevolmente l'essere umano porta nelle proprie cellule: Sogno della Creazione e rito che costantemente ne rigenera il potere misterico. Riesco ad ascoltarne il battito segreto, che ricalca quello del mio cuore. Custodi del Sogno, gli aborigeni sanno declinarne i molti nomi, e le mille storie di un Tempo, quello degli Antenati creatori, che è al di là del tempo prosaico, ma che esotericamente lo accompagna e lo vivifica come linfa invisibile. E' questa una Pittura metafisica, fatta di miriadi di punti danzanti come il prana, l'energia vitale e spirituale. L'artista aborigeno, nel dipingere osserva il mondo dall'alto, da un oltrespazio che non solo contempla il piano terrestre, ma vi comprende anche le cause segrete. Tale visione verticalizzata trascende i riferimenti cardinali, perciò spesso i quadri non hanno un verso definitivo. L'opera si dipana con molteplici cerchi (simboli di pozze, di focolari, di luoghi magici da cui entrano o fuoriescono Spiriti; in generale, la forma circolare rappresenta il movimento esoterico della Vita), delineando linee ondulate e nuclei irradianti. In questo fitto tessuto di materia-spirito, che descrive i territori del dreaming, si aggirano gli animali totemici, i Progenitori mitici che trasfondono senso ed energia in ogni oggetto/essere creato, ricomponendo il kosmos universale. I corpi sono spesso decorati con un reticolato di sottili linee diagonali intrecciate a X (raark); a volte il pittore scandaglia la figura in modo radiografico, rivelandone la struttura interna. Oltre agli Antenati, il più potente dei quali è il Serpente Arcobaleno, vengono raffigurati diversi Spiriti della Natura, come i Mimi, esseri filiformi ed ingannevoli. Ma anche ogni sasso, ogni cespuglio, ogni pozza d'acqua, eccetera, ha un dreaming che può essere narrato e dipinto. Tutto ciò costituisce lo straordinario complesso simbolico di questa Pittura sacra, concepita in età remotissima per scopi cerimoniali. Prima dell'arrivo dell'uomo bianco (con tutta la distruzione che lo ha accompagnato) gli aborigeni dipingevano con pigmenti naturali su rocce e cortecce; poi hanno imparato ad usare tele e colori acrilici, laciando che le loro opere fossero commercializzate. Ma a volte mantengono segrete le storie del Tempo di Sogno che animano i dipinti, o le narrano incomplete, per non mancare di rispetto agli Antenati. Ormai molti artisti aborigeni si esprimono con linguaggi meno tradizionali e più occidentalizzati. Tuttavia alcuni rimangono fedeli alla Tradizione e vagabondi: lasciano ogni tanto qualche opera folgorante nelle mani dei galleristi, scomparendo improvvisamente nel walkabout, il pellegrinaggio inesausto nel desertico bush, lungo i "sentieri dei Canti". A mio parere, la Pittura aborigena tradizionale è più satura d'evocazioni ancestrali, ed è pregna di un'integrità spirituale non compromessa con mode o superficialità decorative.
Bibliografia:
Wally Caruana - Aborigenal Art - Thames and Hudson, 1996
Aborigena - catalogo mostra curato da Achille Bonito Oliva - Electa, 2001
Rachel Storm - Dreamtime - Logos, 2009
giovedì 23 luglio 2009
Gli artisti che amo: OSHO



Vorrei iniziare questa serie monografica, dedicata agli artisti che più amo, parlando di Osho. Si potrebbe obiettare che Egli non è un artista, ma un Buddha. Osho è un Maestro di Realtà per la moltitudine dei Suoi discepoli, ed una straordinaria fonte d'ispirazione per le moltissime persone che, leggendo un Suo libro o praticando una delle meditazioni da Lui create, rimangono sedotte a raggiungere il centro del loro essere. Tuttavia, potrei ribattere che Egli ci ha lasciato anche una quantità di bellissimi dipinti, ma al di là di questo ritengo che chi non comprende Osho come il più raffinato artista, non ha avuto la fortuna di incontrarlo. Tutto in Lui era armonioso e profondamente estetico, la Sua stessa presenza creava energia e bellezza, diffondendola intorno con la naturalezza di un fiore profumato. Egli aveva una presenza di scena più intensa di quella del più grande attore, movenze perfettamente consapevoli, affascinanti ed evocative. La Sua voce era pura musica, i Suoi silenzi insondabili come le brume che precipitano i dipinti taoisti nel mistero. Si narra di un'antico pittore cinese che, dopo aver dipinto un quadro meraviglioso, prese per mano il suo discepolo e saltò nel quadro. Incamminandosi nel paesaggio tracciato dall'inchiostro, i due presto scomparvero nelle nebbie. E' proprio così che accade, ascoltando i discorsi di Osho. Alla Sua altitudine, si è la Sorgente stessa dell'Arte, essendo spontaneamente creativi, infinitamente più di chi crea qualche opera geniale. Perciò affermo che Osho è il più grande artista, Lui stesso Opera perfetta. Detto questo, torniamo ai Suoi dipinti. Su molti libri della Sua sterminata biblioteca, Egli ha tracciato dei magnifici disegni, e delle calligrafie fulminanti che rimangono come siglature artistiche del Buddha. Utilizzava semplicemente dei pennarelli, e mi sono sempre chiesto come riuscisse, con mezzi tanto esigui, ad ottenere risultati così brillanti. I Suoi disegni traspirano la fragranza intuitiva della non-mente. Cerchi soffusamente policromi si fondono in trasparenza, delineando varchi multidimensionali. Contemplandoli, l'anima si espande in una spazialità interiore, intima e totalmente aperta. Le firme si stagliano vigorose, con una virtualità calligrafica che rivela un senso segreto, al di là del dicibile. Sia come meditatore che come artista, sono fortemente impressionato, meravigliato, nutrito dai dipinti di Osho. Ma Egli è stato anche un clamoroso artista della barzelletta. Ricordo il mio primo viaggio a Pune, nel 1981, i satsang di quel periodo straordinario. Quando Osho, nel frammezzo del discorso, raccontava una barzelletta, e noi deflagravamo in risate, proprio allora Lui ci trapassava con uno sguardo laser dall'infinito abisso. Mentre l'effervescenza della risata librava l'anima, il Suo sguardo l'approfondiva al massimo grado. Che Arte magnifica! Poi, in un'altra fase, Osho prese a ridere con noi mentre raccontava le barzellette, travolgendoci con un'illuminante confidenza con la nostra buddhità. Quel Suo sorriso è senza dubbio l'opera d'Arte più stupefacente di cui io abbia mai goduto!


martedì 21 luglio 2009
I GIOIELLI ELFICI
I gioielli della "collezione Elfica" si sviluppano come forme intensamente naturali, con la crescita spontanea di ramificazioni e viticci che s'intrecciano in modo armonico, assecondando il dinamismo circolare che è la forza interiore della Creazione. Questi lavori possono riecheggiare certe forme liberty, anch'esse correlate al mondo della Natura, ma, a differenza di quelle, sono essenzialmente liberi da ogni orpello decorativo e da ogni pietrificazione stilistica. Sulle volute d'argento, materia yin appropriata per delineare le correnti danzanti dell'Anima, crescono fogliami scolpiti nell'oro (yang) che elaborano la vitalità solare, e semi aurei che sono fecondi d'inesauribili sviluppi. Il cuore è costituito da una gemma, la cui radiazione fluisce attraverso il tessuto quasi impalpabile dei metalli preziosi. In generale, questi particolari gioielli hanno la leggerezza dell'accadere, l'imperturbabile giocosità creativa, la flessuosità invincibile del femminile. Ognuno è unico ed irripetibile, ed esprime la forza reale di un sogno che può nutrirci, poichè in esso ci riconosciamo intimamente. Pur se hanno un modellato intricato ed una complessa lavorazione, costellata da molte saldature "volanti", tali opere non esigono la mia concentrazione, bensì favoriscono un'espansione morbida della mia percezione e la danza intuitiva delle mie mani. Realizzandole, le percepisco indomabilmente fluttuanti e musicali, sempre in grado di sorprendermi. Se mi sento affaticato, la creazione di un gioiello elfico mi ristora, e lo stesso accade indossandolo, poichè risveglia fresche correnti interiori, che spesso non si lasciano fluire nel quotidiano.

domenica 19 luglio 2009
LA BIENNALE DI VENEZIA: un'autodenuncia d'impotenza
Credo che l'Arte dovrebbe manifestarsi
più attraverso la meditazione che attraverso l'azione.
Mark Tobey
Il motto di questa Biennale veneziana è "Fare mondi". Si intendeva mostrare la capacità degli artisti d'immaginare nuove prospettive esistenziali, elaborando proggetti creativi ed innovativi. Effettivamente, l'artista dovrebbe coltivare ed esprimere una percezione dell'Esistenza che sia più approfondita e vitale di quella ordinaria, essendo la creatività artistica un crogiolo, in cui il fuoco dell'Ispirazione fonde l'esperienza individuale con le misteriose propulsioni dell'Essere, accelerando il compiersi alchemico da cui emerge il nuovo. In qualche modo, l'artista dovrebbe consapevolmente lasciarsi investire dalla Vita, divenendo, senza alcuna presunzione, un oracolo a cui si possa chiedere un lume per rischiarare l'oscurità causata dall'abitudine e dall'ignoranza. Altrimenti qual'è il senso glorioso dell'Arte? Ma per questo, sono necessarie una profondamente onesta confidenza interiore, una meditazione che sia in grado di ascultare la vitalità segreta, e la devozione che è necessaria a trasporre tale virtualità in opera. Tuttavia, visitando la Biennale, non troviamo traccia di tutto questo, bensì assistiamo alla spettacolarizzazione di un nulla-creativo che è figlio della stessa arbitrarietà artificiale che forma la materia ottusa del nostro mondo disperato, altro che fare mondi! Aggirandoci nei padiglioni, incontriamo gli inganni a cui siamo tristemente avvezzi, i teatrini forsennati della nostra mente ammalata, la povertà della separazione e della frammentazione, l'orgoglio costruttivo che innalza colossi privi di fondamento poichè disconnessi dalla realtà naturale. Niente che sia brillante, autenticamente vitale ed innovativo. Niente che sappia incantare, meravigliare, sedurre alla bellezza, evocare assonanza poetica. Niente che possa fiorire e dare frutti e spargere semi. Imprigionati nell'autoinganno, ci si crogiola nell'impotenza, celebrando l'arroganza di un fare, privo di risonanza interiore, che perpetua l'ovvietà ed il cinismo con cui ci chiudiamo alla Vita.
Pollock diceva che l'artista opera dal dentro verso il fuori, come la Natura, e credo non vi sia davvero altra possibilità; tuttavia continuiamo a rinnegare l'Interiore, proiettando sullo schermo dell'Arte le azioni scomposte che si originano dai nostri incubi e dalla reattività schizofrenica con cui ci relazionaiamo agli altri ed al Tutto. L'aspettativa di "Fare mondi" è necessariamente fallita, poichè un mondo non è una mera costruzione, bensì un pullulare di Vita che sviluppa, pur nelle proprie contraddizioni, l'integrità dinamica di un insieme. Per concepire un mondo nuovo è indispensabile affondare le radici nell'Anima, dato che l'uomo, come disse Gaudì, non ha la facoltà di creare secondo il proprio arbitrio, potendo unicamente partecipare alla grandiosa Opera creativa della Natura. Questa è l'autentica magia dell'essere umano, ma l'individuo/artista contemporaneo sembra averlo dimenticato, poichè ha scordato la verità di se stesso, affannandosi a dar corpo a golem artificiali che non può in alcun modo animare. Perciò questa Biennale, in larga misura, risulta essere un'autodenuncia d'impotenza, fornendo soprattutto un triste spettacolo di assemblaggi che il "concettuale", ormai logoro, non riesce neppure a motivare, in definitiva una deriva di relitti del naufragio dell'egocentrismo umano.
Anche oggi ci sono tanti validi artisti, ma non mi stupisce che questo Sistema politicante, votato alla tirannia dell'artificiale ed alla speculazione sull'olocausto prossimo venturo, li abbia ignorati, scegliendo ciò che è più aderente alle proprie pastoie. Trovo ancor più funesto che ciò avvenga nell'acquiescienza generale, dato che in massa i critici e gli artisti evitano d'affermare che il Re è nudo, dato che aspirano a far parte, prima o poi, di tale "teatro delle vanità".
martedì 14 luglio 2009
ARTE: RAPPRESENTAZIONE O MAGIA?

Satvat - Il libero viandante
olio su tela
olio su tela
L'Arte è magica. (...) Un'opera d'Arte è un "essere vivente", come un essere umano.
Victor-Emile Michelet
L'uomo delle Età arcaiche viveva intuitivamente la virtualità esoterica dell'Esistenza, che congiunge il Micro al Macrocosmo. I primi artisti furono sciamani che sapevano evocare, con la magia delle "onde di forma", forze oggi misconosciute. Così fu per i pittori pre-storici, e per i fabbri/orafi, e per i costruttori. I dipinti rupestri erano parte integrante di riti misterici; i fabbri/orafi amministravano i poteri occulti del fuoco, delle armi e dei talismani; i costruttori applicavano la sapienza geomantica ed astronomica. Ciò si è protratto nei millenni, con una trasmissione iniziatica che ha nutrito anche i costruttori delle cattedrali e gli alchimisti, fino agli artisti rinascimentali. Ma in generale l'uomo moderno ha dimenticato la mistica della creazione, giungendo ad identificare l'Arte con la facoltà prosaica della rappresentazione. L'oggetto dell'Arte è stato spogliato dall'identità propria, divenendo il simulacro figurale di un oggetto reale o pensato. Ovvero, la gloria di un'opera d'arte non si è più concepita nella forza intrinseca della sua emanazione, bensì nella perfezione di assomigliare a qualcos'altro: un ritratto, un paesaggio, eccetera. Perciò accade, ad esempio, che lo spettatore non educato, di fronte ad un dipinto astratto, si avvilisca nel chiedersi che cosa rappresenta, piuttosto che sentire cos'è, che cosa evoca. Effettivamente, la rappresentazione è priva di alcun potere, essendo una copia impotente. La consapevolezza di ciò, fece dire all'antico pittore cinese Ni Tsan: "Aimè, come è difficile raggiungere l'assoluta mancanza di somiglianza!". Kandinsky definì "concreta" la sua pittura astratta, per chiarire che essa aveva una vita propria, un'essenza reale affatto immaginaria. Creare una scultura significa creare un nuovo corpo che non solo occupa il proprio spazio, ma in modo sottile propaga onde nello spazio circostante. Un dipinto, avendo una funzione di specchio, attiva la magia del riflesso che congiunge psichicamente l'osservatore con il quadro, e contemporaneamente esprime una radiazione energetica, pur in modo meno fisico di quanto accade per una scultura. Quando affermo che le vibrazioni trasmesse da un'opera d'Arte possono essere registrate da un pendolino, ciò provoca incredulità e sconcerto; eppure può essere facilmente sperimentato. Mi chiedo quando e perchè l'essere umano ha barattato, anche nel mondo dell'Arte, l'essere con l'apparire, rinunciando così al senso profondo e spirituale delle proprie facoltà creative. In verità, l'autentico artista si rende responsabile di creare vita nuova nella propria opera. Non lasciamoci ingannare dalla fissità del marmo o dalla piattezza di una tela: oltre il vedibile, la segreta qualità dell'Arte solletica i nostri sensi sottili. E' questo che può toccarci, commuoverci, ispirarci. Quello della vera Arte non è un mondo di cose bensì di essenze; ciò lo eleva al di sopra di tutti i mondi artificiali creati dall'uomo, come ad esempio la tecnologia. Perciò l'Arte non rappresenta, nè decora, essendo in verità puramente magica.
giovedì 9 luglio 2009
MEDITAZIONE SULL'OMBRA

L'ombra che proiettiamo è simbolicamente una sorta di nostro doppio sfuggevole, una controparte oscura, non chiarificata dalla coscienza. Nella concezione spirituale degli etruschi, l'ombra (per alcuni versi corrispondente al ka egizio) rappresentava una soggettività imperfetta che, tuttavia, poteva acquisire la maturità necessaria alla liberazione dello Spirituale. Essa non recava la condanna di un'oscurità atavica da vincere moralmente, bensì il riconoscimento di una latente potenzialità evolutiva; infatti non era demonizzata, ma estensivamente raffigurata e celebrata. L'ombra non veniva negata o repressa, piuttosto si cercava di comprenderla in amicizia, in modo da dipanare consapevolmente i suoi vincoli. Mi pare chiara la corrispondenza con l'ombra della psicoanalisi junghiana, la quale insegna che l'inconscio deve essere reintegrato con il conscio, mediante un percorso di individuazione.
Cosa origina l'ombra? Ciò che di noi stessi non accettiamo e rifiutiamo, ce lo gettiamo alle spalle per evitare di vederlo. Reietto alla vista, diviene un'entità aliena, oscura. Ci siamo di fatto impoveriti, rinnegando parte della nostra energia, ed il danno è ancora maggiore. Ricacciata nell'inconscio, l'ombra non ha alcuna possibilità d'evoluzione, per cui implode, divenendo come un buco nero che divora la nostra vitalità e vanifica i sogni luminosi della nostra coscienza. Vi è un'unica cura: l'ombra deve essere riconosciuta come parte integrante di noi stessi, evitando l'atteggiamento censorio, e va profondamente abbracciata. L'amore è la forza alchemica che trasforma il piombo in oro.
Sentendo istintivamente l'urgenza di confrontarsi con questo tema, gli artisti contemporanei proiettano l'ombra sullo schermo dell'Arte, rendendola visibile. Questo è ciò che oggi maggiormente accade nel mondo dell'Arte, ed è il motivo per cui essa si è popolata di tanti fantasmi terribili e dolenti. Tuttavia, basta poco per accorgersi che manca la parte fondamentale: l'abbraccio. Per carenza di compassione e di consapevolezza, l'ombra è tutt'altro che amata e reintegrata; al contrario, spesso viene sconsideratamente celebrata con un pericoloso edonismo negativo. Mantenendola nell'angolo oscuro, le si dà un funesto potere, ingigantendone la minaccia avversativa, cosa che corrisponde all'odierno desiderio inconscio d'olocausto. Se invece la sapessimo nutrire con l'amore per noi stessi, tale calore vitale potrebbe fluidificare quell'energia rappresa, aiutando naturalmente la sua evoluzione.
Le sculture in argento brunito, che ho realizzato lavorando sul tema dell'ombra, sono in qualche modo simili ai bronzetti arcaici, ma sono costruite, con laboriosa saldatura, perseguendo una ricomposizione armonica di frammenti. Dalla risoluzione meditativa del caos, sorge una manifestazione formale che è innovativa e ricca di suggestioni. Alcune di queste sculture si compongono verticalmente come una stele, simbolo della congiunzione di Terra e Cielo. Le ombre che ho realizzato sono fortemente caratterizzate, secondo una psicologia del profondo che individua potenzialità sepolte. Infatti nell'ombra abbiamo trascurato anche ciò che potremmo definire le "personalità mitiche". In passato, l'essere umano ha utilizzato una quantità di maschere mitiche per veicolare un impulso intuitivo d'autoconoscenza. Con la supremazia della mente razionale, l'immaginazione mitica è totalmente decaduta, divenendo favolistica ed impotente. Però in tal modo abbiamo rinunciato ad indagare sulla profondità magica ed ancestrale di noi stessi e dell'Esistenza. Nella meditazione creativa dell'ombra, ho riscoperto una serie di personaggi che sono come matrici archetipiche dell'individuazione umana. Opere come l'ombra-sciamano, l'ombra-piumata e l'ombra-poeta, ripopolano una narrazione atavica che ci riconnette al genuino potenziale dell'immaginazione creativa.
Cosa origina l'ombra? Ciò che di noi stessi non accettiamo e rifiutiamo, ce lo gettiamo alle spalle per evitare di vederlo. Reietto alla vista, diviene un'entità aliena, oscura. Ci siamo di fatto impoveriti, rinnegando parte della nostra energia, ed il danno è ancora maggiore. Ricacciata nell'inconscio, l'ombra non ha alcuna possibilità d'evoluzione, per cui implode, divenendo come un buco nero che divora la nostra vitalità e vanifica i sogni luminosi della nostra coscienza. Vi è un'unica cura: l'ombra deve essere riconosciuta come parte integrante di noi stessi, evitando l'atteggiamento censorio, e va profondamente abbracciata. L'amore è la forza alchemica che trasforma il piombo in oro.

Sentendo istintivamente l'urgenza di confrontarsi con questo tema, gli artisti contemporanei proiettano l'ombra sullo schermo dell'Arte, rendendola visibile. Questo è ciò che oggi maggiormente accade nel mondo dell'Arte, ed è il motivo per cui essa si è popolata di tanti fantasmi terribili e dolenti. Tuttavia, basta poco per accorgersi che manca la parte fondamentale: l'abbraccio. Per carenza di compassione e di consapevolezza, l'ombra è tutt'altro che amata e reintegrata; al contrario, spesso viene sconsideratamente celebrata con un pericoloso edonismo negativo. Mantenendola nell'angolo oscuro, le si dà un funesto potere, ingigantendone la minaccia avversativa, cosa che corrisponde all'odierno desiderio inconscio d'olocausto. Se invece la sapessimo nutrire con l'amore per noi stessi, tale calore vitale potrebbe fluidificare quell'energia rappresa, aiutando naturalmente la sua evoluzione.
Le sculture in argento brunito, che ho realizzato lavorando sul tema dell'ombra, sono in qualche modo simili ai bronzetti arcaici, ma sono costruite, con laboriosa saldatura, perseguendo una ricomposizione armonica di frammenti. Dalla risoluzione meditativa del caos, sorge una manifestazione formale che è innovativa e ricca di suggestioni. Alcune di queste sculture si compongono verticalmente come una stele, simbolo della congiunzione di Terra e Cielo. Le ombre che ho realizzato sono fortemente caratterizzate, secondo una psicologia del profondo che individua potenzialità sepolte. Infatti nell'ombra abbiamo trascurato anche ciò che potremmo definire le "personalità mitiche". In passato, l'essere umano ha utilizzato una quantità di maschere mitiche per veicolare un impulso intuitivo d'autoconoscenza. Con la supremazia della mente razionale, l'immaginazione mitica è totalmente decaduta, divenendo favolistica ed impotente. Però in tal modo abbiamo rinunciato ad indagare sulla profondità magica ed ancestrale di noi stessi e dell'Esistenza. Nella meditazione creativa dell'ombra, ho riscoperto una serie di personaggi che sono come matrici archetipiche dell'individuazione umana. Opere come l'ombra-sciamano, l'ombra-piumata e l'ombra-poeta, ripopolano una narrazione atavica che ci riconnette al genuino potenziale dell'immaginazione creativa.
venerdì 26 giugno 2009
IL SOGNO DI CHUANG TZU
Un giorno il Maestro taoista Chuang Tzu disse ai suoi discepoli di aver fatto un sogno che lo aveva profondamente turbato. Aveva sognato di essere una farfalla. Il sogno non era stato spiacevole, ma si poneva il problema che se Chuang Tzu poteva sognare di essere una farfalla, allora anche una farfalla poteva sognare di essere Chuang Tzu. Quindi qual'era la verità? Lui era effettivamente Chuang Tzu, oppure era una farfalla che stava sognando, proprio in quel momento, di esserlo? Egli, chiunque fosse, chiese ai discepoli che lo aiutassero a capire la verità della situazione. Ma ogni prova che essi portavano per confermare l'identità del Maestro, non risultava efficace, poiché ogni cosa apparente poteva essere una proiezione del sogno della farfalla. Effettivamente, in questo mondo di relatività e di apparenze ingannevoli non è facile poter stabilire quale sia la verità. Di fronte ai discepoli costernati, Chuang Tzu si mostrava disperatamente confuso. Ad un certo punto, un discepolo rovesciò un secchio d'acqua fredda sulla testa del Maestro. Questi finalmente sorrise e disse: Adesso che sono ben sveglio, vedo chiaramente come stanno le cose!
sabato 20 giugno 2009
MU-PAINTING E MEDITAZIONE


A Joshu un discepolo chiese:
Anche un cane ha la Natura di Buddha?
Joshu rispose: Mu!
Alcuni amici mi chiedono perchè ho chiamato il mio stile pittorico Mu-painting. Mu è un'espressione che ho ripreso dallo Zen, poichè nel linguaggio ordinario non ho trovato qualcosa che sia altrettanto efficace. In senso prosaico, potremmo intendere la parola giapponese Mu (corrispondente al Wu cinese, quello di wu-wei, non-azione) come una negazione, ma per lo Zen tale espressione equivale alla "negazione al di là della negazione". Effettivamente, lo Zen ha fatto della pura negazione (né si né no) un metodo di investigazione e di rivelazione. Buddha dice "neti, neti", né questo né quello, puntando dritto al Cuore Vuoto dell'Essenza. L'invito è a non farsi incantare dall'apparenza, da ciò che è transitorio e finito, bensì realizzare la consapevolezza di ciò che sempre E', il mistero esistenziale che infinitamente ci comprende. Ogni affermazione è parziale, quindi irreale dinnanzi alla Verità ineffabile del Tutto. Per questo lo Zen confida nella negazione, nel Mu. Mu indica ciò che non può essere spiegato, poiché è al di là del dualismo della mente, tuttavia è la Sorgente universale di ciò che è vero, beatifico e intimamente poetico. Questa immensa risorsa d'Amore è custodita come seme di pura rispondenza nel centro del nostro essere; se risvegliato, tale seme ci consente di fiorire nell'Unità che è ciò che realmente siamo, ma abbiamo dimenticato. La meditazione e l'arte danno il necessario nutrimento a quel seme. Quando l'artista scompare nella saggezza meditativa del non-fare, l'opera d'arte accade da sola dalla creatività del Tutto, naturalmente ricca di valori universali. Nel mio percorso esistenziale ed artistico, ad un certo punto ho capito che non ha senso proiettare sulla tela i propri sogni privati (a chi possono giovare?), e che l'artista deve saper meditativamente evocare l'intima forza della Vita. Solo questo ha un valore che può essere condiviso, divenendo una fonte preziosa di ispirazione. Questo hanno realizzato i pittori taoisti e quelli dello Zen, per cui si disse che "Zen e pittura sono la stessa cosa". Questo hanno cercato i fautori dell'Arte Moderna, pur non comprendendolo a fondo, fino a tradirlo. Questo è ciò che vedo liberarsi dai miei pennelli. Per giungere a tale espressione di verità, è necessario dire Mu; Mu all'io artistico, Mu alla presunzione della forma, Mu alla episodicità del racconto. Ciò che rimane, nella pittura è una danza estatica di forma e colore che sfugge alla mano del pittore, un'astrazione più "vera" di ogni immagine mentalmente riconoscibile, che liberamente si trasmette ad ogni cuore aperto. La parola Mu è stata usata dai Maestri Zen per provocare un'istantanea rivelazione. Similmente, la Mu-painting invita ad una contemplazione intuitiva e dinamica del flusso armonico dell'Energia Vitale.
mercoledì 17 giugno 2009
IL LABIRINTO (INTERIORE)
Il nostro mondo è un labirinto che circonda il Divino.
Porta dopo porta, passaggio dopo passaggio,
ci si avvicina, ci si allontana,
si cerca il sorriso degli Dei.
Shan Sa
In tutte le culture, sin dall'età più remota, è presente il simbolo del labirinto. Esso ha adornato le pareti delle caverne pre-storiche, i manufatti dell'arte arcaica, i pavimenti delle cattedrali. Ad esempio, trovo profondamente significativa la storia di Teseo che, per salvare Arianna, affronta il Minotauro nel labirinto. Secondo me, Arianna è l'anima imprigionata nell'oscurità del labirinto psichico. Il Minotauro, umano ma con la testa di toro, rappresenta la grevità istintuale, causata dai vincoli terragni che si impongono alla consapevolezza. Arianna, in quanto anima, manifesta in sé il segreto dell'eternità dell'Essenza però, imprigionata com'è nei labirintici giri viziosi della mente, è impossibilitata ad autoriconoscersi. Teseo, il lume della coscienza intellettuale, non può illuminare la vastità imperscrutabile dello spazio interiore, tuttavia con la sua fiaccola può relativamente chiarire il tratto che si sta percorrendo, avendo anche la forza di affrontare le minacce oscurative della mente inconscia (Minotauro). Teseo può vincere la battaglia con il Minotauro, rettificando il principio cosciente, ma è Arianna che, allorché viene consapevolmente raggiunta, può dipanare il filo (simbolo del principio unitario) che segretamente ricuce insieme le vie sovrapposte ed ingannevoli della vita. Ripreso quel filo, la consapevolezza meditativa, non ci si può più ingannare. In generale, la suggestione del labirinto è la sfida a trovare la via per raggiungere il proprio centro, evitando ogni fuorviante dispersione. Conquistando il centro, simbolo del nocciolo essenziale, lo spazio cessa di essere ignoto ed ostile, poiché ci si scopre ineffabilmente a casa. Allora l'ombra, che ci disorientava da ogni anfratto del labirinto, si rivela come la presenza e le emozioni di un bambino sperduto (parte di noi stessi) a cui non abbiamo permesso di crescere. Per scarsità di autostima, per i mille condizionamenti, per paura. Se lo prendiamo per mano, possiamo ricondurlo a casa, nel nostro cuore; in questo modo non solo tale ombra, ma la nostra verità complessiva, può rifiorire al Sole della coscienza.

Satvat - DANZANDO LIBERAMENTE SUL LABIRINTO
acrilico su tela - 2009
acrilico su tela - 2009
venerdì 12 giugno 2009
ENSO: IL CERCHIO ZEN
Prima della nascita di tuo padre e di tua madre: un grande cerchio; anche Buddha non può comprenderlo.koan zen
Si narra che Giotto, per dar prova della propria abilità di pittore, tracciò a mano libera un cerchio perfetto. Questo aneddoto, divenuto proverbiale, mostra l'intendimento orgogliosamente costruttivo ed euclideo dell'Arte Occidentale. In Estremo Oriente, cercando di cogliere nel seno dell'Arte il nesso spirituale delle onde del mutamento, gli artisti si sono espressi, in modo più o meno velato, con il cerchio, ma senza le fissazioni categoriche imposte dalla mentalità occidentale. Un antico precetto cinese rivelava che "lo Spirito si muove in cerchio", il quale è simbolo del Cielo; tale comprensione doveva guidare interiormente la mano del pittore. Però nessuna enfasi veniva data alla perizia costruttivamente geometrica, avendo valore solo la capacità dell'artista di disporsi meditativamente in una "attitudine circolare", divenendo una sola cosa con il flusso universale del Tao. Da secoli, lo Zen giapponese utilizza il cerchio (enso) nella pratica meditativa quanto in quella artistica. Nel realizzare un enso, non viene data alcuna importanza alla sua perfezione formale, essendo essenziali la risonanza spirituale e l'energia, il Chi, che il pittore è in grado di evocare nella propria opera. Generalmente, l'enso viene dipinto con un movimento unico, saturo di un'immedesimazione istantanea e totale nel qui-e-ora, ma può essere tracciato anche unendo due semicerchi, e seguendo sia un senso orario che antiorario; inoltre esso può essere chiuso o rimanere aperto. Effettivamente, poichè l'enso rappresenta la mente indifferenziata (mushin) dello Zen, la metodologia dell'esecuzione è piuttosto irrilevante. Infatti nell'illuminazione della coscienza è trascesa ogni illusione qualitativa. L'enso è l'emblema del più profondo mistero esistenziale, nonchè il ritratto del nostro "volto originale", di ciò che eravamo prima della nascita di nostro padre e di nostra madre. Per questo, nello Zen l'enso gode della più alta considerazione, sia come fonte d'ispirazione e meditazione che come veicolo di trasmissione spirituale; il Maestro zen Torei Enji dipinse, in una singola occasione più di duecento enso, per donarli alle persone presenti ad un incontro.


satvat - enso
acrilico su tela - 2009
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sabato 6 giugno 2009
SIMBOLI UNIVERSALI: PATERA ETRUSCA


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